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Come invecchiano gli italiani? Panoramica sull’ageing society

L’invecchiamento della popolazione è significativo e costante, sia in Italia che in Europa. Le previsioni future mettono in luce nuovi problemi e nuove sfide per la società di domani.

41 una panoramica sociale sullinvecchiamento della popolazione italiana

Come invecchiano gli italiani?

Non sarebbe scorretto dire che gli italiani hanno una grande speranza di vita, ma invecchiano “male”. Stando al più recente rapporto Osservasalute, in generale gli italiani sono molto più longevi, l’invecchiamento è in forte e costante aumento, ma non è un invecchiamento privo di problemi.

L’Osservatorio nazionale sulla salute, analizzando dati ufficiali del 2018 provenienti da tutte le regioni italiane, ha messo in luce una situazione ambivalente. È molto positivo che la mortalità prematura, tra i 30 e i 70 anni, sia diminuita del 26,5% per gli uomini e del 17,3% per le donne tra il 2004 e il 2016. Tuttavia, ciò non fa che aumentare la percentuale degli anziani.

La cura degli anziani ha fatto molti progressi, ma molti aspetti restano da migliorare. A partire dal dato principale, quello della percentuale degli anziani sul totale della popolazione: ben il 22,3% degli italiani sono over 65, un numero in costante aumento. L’età media si avvicina addirittura ai 45 anni, e la popolazione attiva continua a scendere (dal 64,2% al 63,2%).

Analizzando degli indici demografici specifici, la situazione appare ancor meno rosea:

  • l’indice di vecchiaia (il rapporto tra popolazione over 65 e popolazione minore di 14 anni moltiplicato per 100) è salito a 168,9 nel 2018, mostrando concretamente il forte squilibrio tra gli anziani e i giovani;
  • l’indice di dipendenza (il rapporto tra popolazione over 65 e popolazione in età lavorativa, tra i 15 e i 14 anni) mostra che per ogni 100 soggetti in età lavorativa di sono quasi 35 anziani, il dato peggiore in tutt’Europa.

Tali indici mostrano con decisione quanto sia elevato il “debito demografico”, ovvero il debito che lo Stato ha verso le giovani generazioni a livello di assistenza, sanità e previdenza sociale.

Simili elementi, che è difficile mettere in discussione, costituiscono una seria fonte di preoccupazione. Infatti, una percentuale tanto elevata pesa molto sul Sistema sanitario nazionale e sull’intero sistema pensionistico, rappresentando un serio rischio sul piano economico e su quello sociale.

Inoltre, una simile situazione ha pesanti ripercussioni sul numero dei malati cronici costretti in casa, che ha toccato la cifra di 24 milioni di individui.

I margini di miglioramento esistono, ma sono ancora troppo trascurati. Pare, infatti, che alcuni dei maggiori problemi relativi alla vecchiaia siano di per sé risolvibili, in quanto derivati da uno stile di vita poco sano. Pensiamo, per esempio, alla presenza di oltre 10 milioni di fumatori in Italia, e il fumo è una delle principali cause del “cattivo invecchiamento” evidenziato.

Al pari del fumo, anche il dato sull’obesità negli adulti è preoccupante: più di una persona su dieci è obesa, e gli italiani faticano a mantenersi in forma nonostante siano in aumento coloro che praticano sport (dal 19,1% al 24,8% tra 2001 e 2017).

Invecchiamento della popolazione: differenze tra Italia e resto d’Europa

Anche in Europa la panoramica è molto simile, sebbene il processo sia meno incisivo. All’inizio del 2017, la stima della popolazione dei 28 Paesi dell’Unione Europea raggiunge circa i 511,5 milioni di persone, e di queste:

  • i giovani minori di 14 anni costituiscono il 15,6% del totale (con un picco del 21,1% in Irlanda e una minima del 13,4% in Germania);
  • la popolazione in età lavorativa (14-64 anni) è il 64,9%;
  • gli anzianiover 65, invece, raggiungono il 19,4%, con un aumento di 2,4 punti percentuali in confronto a 10 anni prima. Il record negativo spetta all’Italia (22,3%), e a seguire alla Grecia (21,5%) e alla Germania (21,2%), mentre la situazione migliore si registra in Irlanda (13,5%).

L’età mediana risultante si attesta sui 42,8 anni (con un massimo di 45,9 in Italia e in Germania, e un minimo di 36,9 in Irlanda), il che significa che metà della popolazione UE l’ha già superata. L’incremento dal 2002 al 2017 è stato di ben 4,2 anni, diffuso quasi allo stesso modo tra tutti gli Stati membri.

Come in Italia, dunque, anche in Europa la situazione non è rosea. In particolare, riprendendo gli indici già citati e applicandoli al contesto europeo, si può osservare come il rapporto tra anziani over 65 e popolazione in età lavorativa sia del 29,9% (i record negativi e positivi appartengono, ancora una volta, rispettivamente all’Italia e all’Irlanda). Tradotto in cifre più semplici, vuol dire che per ogni europeo anziano ci sono poco più di tre lavoratori.

In aggiunta, è preoccupante anche il risultato dell’indice di dipendenza complessivo, ossia il rapporto tra persone a carico (giovani under 14 e anziani over 65) e persone in età lavorativa (dai 15 ai 64 anni). L’indice si attesta al 53,9% in Europa, con un massimo del 60% in Francia. Questo dato è forse il più problematico, poiché mostra come, in media, ogni due lavoratori c’è una persona a carico, circa una per famiglia.

I livelli di tutti gli indici sono in aumento, in Europa come in Italia. L’indice di dipendenza è cresciuto di 4,7 punti percentuali dal 2007 (quando raggiungeva il 25,5%) al 2017; nello stesso periodo, l’indice di dipendenza complessivo è salito di 5 punti, ossia del 10,2% rispetto al suo valore precedente.

In Italia e in Europa, queste cifre impensieriscono gli organismi legislativi. Se non si darà risposta a queste tendenze, aprendo lo sviluppo di opportunità e cambiamenti culturali in favore degli anziani, è molto probabile che la situazione si farà sempre più difficile, e il europeo dei servizi e dell’economia d’Europa ne subirà pesanti contraccolpi.

Quali sono le previsioni circa l’invecchiamento della popolazione in Italia

In base a tutti gli ultimi studi, l’invecchiamento in Italia proseguirà sulla stessa linea (come anche in Europa, del resto). I risultati del già citato rapporto Osservasalute sono in questo caso confermati da una recente indagine Istat dal tema “Il futuro demografico del Paese”, che raggiunge il 2065, e dalle proiezioni demografiche annuali EUROPOP, che spingono le ipotesi fino al 2100.

Il grado d’incertezza nel settore è scarso almeno fino al 2025, salvo possibili cambiamenti dovuti a diversi scenari sulla fecondità. In quell’anno, la popolazione italiana che attualmente si trova nella tarda età di attività (tra 47 e 64 anni) sarà ormai anziana, e rimarrà la più consistente numericamente, com’è ora. La popolazione lavoratrice invecchierà e continuerà a ridursi inesorabilmente.

Il primo gruppo di effetti critici per il nostro sistema sociale si mostrerà attorno al 2045. In base a uno scenario mediano, la popolazione attiva scenderà attorno al 54-55% del totale, e l’età media salirà quasi fino alla soglia psicologica dei 50 anni. Lo sbilanciamento in favore degli anziani sarà ancor più consistente, e raggiungerà la quota del 33,5% di over 65, più di una persona su tre. I giovani under 14 sarebbero tra il 10,4% e il 13,4% della popolazione totale, un numero incredibilmente basso.

Secondo le ipotesi più estreme formulate da Eurostat, l’invecchiamento proseguirà per molti decenni a venire, e l’età media si assesterà entro il 2080 sui 55 anni in tutta l’Unione Europea, Italia compresa.

Allo stesso modo, la fascia più anziana della popolazione acquisterà una consistenza numerica sempre crescente. Gli ultraottantenni saranno all’incirca il 12-13% della popolazione, tra sessant’anni. E al contempo la popolazione in età lavorativa diminuirà almeno fino al 2050, per stabilizzarsi poi nel periodo successivo.

Anche gli over 65 dovrebbero raggiungere un certo equilibrio sul totale della popolazione, raggiungendo l’importante percentuale del 30% circa, e portando l’indice di dipendenza degli anziani a un pericoloso 50-53% entro il 2080, e l’indice di dipendenza totale addirittura all’80%.

Ageing society: sfide e opportunità

Il quadro designato corrisponde perfettamente a quello scenario che, in gergo tecnico, viene definito “ageing society”, ossia “società che invecchia”: una tendenza apparentemente inarrestabile all’aumento dell’aspettativa di vita, dovuta alle migliorate condizioni generali di salute e prevenzione, e una conseguente crescita del numero di anziani sul totale della popolazione, che ha luogo in tutto il mondo.

È evidente che lo scenario della ageing society non è sostenibile sul lungo periodo. La realtà dello Stato sociale, elaborato in Italia e in tutt’Europa fin dal secondo dopoguerra, non ha la capacità di affrontare la sfida che questa situazione comporta. Una sfida che consiste nel riuscire a valorizzare il ruolo degli anziani affinché ritornino delle risorse preziose come un tempo, anziché un peso come sono considerati oggi.

Gli interventi e i progetti utili a raggiungere questi obiettivi sono potenzialmente numerosi ma ancora non del tutto chiari, nemmeno agli esperti.

Il primo impegno da prendere dovrebbe essere quello di incentivare la ricerca, ridimensionata a seguito della crisi di 10 anni fa. Da un lato, occorrono costanti indagini sociologiche per tenere sotto controllo lo stato della popolazione e, se c’è la possibilità, modificare di conseguenza la politica pubblica; dall’altro lato, c’è bisogno di investire nella formazione e nella ricerca sulla salute, affinché gli anziani possano godere di una vita sana più a lungo possibile e fornire ancora supporto alle famiglie, ai gruppi sociali e alle comunità.

Tutto ciò si lega a filo doppio al concetto di “active ageing”, o “invecchiamento attivo”. Il termine indica un progetto locale e globale per migliorare salute, sicurezza e partecipazione delle persone anziane, così da incrementare la qualità della loro vita e garantire loro maggiori opportunità di essere membri attivi della società. L’invecchiamento attivo può sostanziarsi di un ampio e variegato ventaglio di politiche che, purtroppo, l’Europa e soprattutto l’Italia ancora faticano a mettere in atto, nonostante l’attenzione per il problema della ageing society.

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