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Disabili e sessualità: tra diritti e stereotipi

Quello della sessualità dei disabili è un argomento che si fatica ancora molto ad affrontare, anche se sono stati fatti alcuni passi avanti nel garantire il diritto a vivere una piena sessualità anche alle persone disabili.

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Disabili e sessualità: oltre le barriere sociali e culturali

La sessualità dei disabili è un tema spesso considerato tabù, che tende ad essere ignorato o stigmatizzato da un’ampia fetta della nostra società, che rimane ingabbiata in sorpassati stereotipi come quello che vede i disabili come persone asessuate. Anche le normative a riguardo sembrano essere ancora insufficienti a garantire il diritto alla sessualità delle persone disabili.

Accade così che sia i disabili che le loro famiglie si trovino a fronteggiare queste esigenze senza avere alcun aiuto e, anzi, dovendosi nascondere per evitare la censura e la condanna di molte persone; persone che spesso non capiscono a quali difficoltà debba affrontare un disabile che vuole vivere appieno la propria sessualità e il bisogno d’amore.

A causa di una persistente arretratezza culturale, tra i pregiudizi e gli stereotipi che più di frequente vengono associati alla sessualità dei disabili ci sono le errate convinzioni che:

  • i disabili siano persone asessuate;
  • non esistano disabili omosessuali;
  • le persone disabili avvertano tutte gli stessi bisogni;
  • le persone affette da una disabilità cognitiva non possano comprendere il sesso;
  • le persone con disabilità fisica non siano in grado di vivere la propria sessualità;
  • i disabili non abbiano diritto ad avere una normale vita di relazione e costruirsi una famiglia con dei figli.

Se alcuni Paesi europei, come Svizzera, Austria e Gran Bretagna e altri Paesi del Mondo, in particolare gli Stati Uniti, hanno fatto grossi passi avanti nel riconoscimento del diritto alla sessualità dei disabili, in Italia la situazione è ancora piuttosto critica. Solo in anni recenti si è iniziato a parlare di Love Giver, o assistenti sessuali, ma non c’è ancora una legge che regolamenti queste figure.

Cosa è cambiato, nel tempo, nel rapporto tra disabili e sessualità?

Non stupisce che in passato non si parlasse affatto della sessualità dei disabili, dal momento che la disabilità stessa, fisica o cognitiva che fosse, era considerata un tabù.

Già negli anni ’70/’80 qualcosa si è smosso nel modo di trattare il tema della disabilità ma è solo negli anni ’90, grazie anche all’intervento di studiosi disabili e della loro attività di studio e ricerca, che si è iniziato a vederlo sotto una nuova luce, e ad introdurre il concetto di inclusione e di abbattimento delle barriere e delle differenze, non solo architettoniche, ma anche sociali e culturali.

Da allora, la disabilità non è stata più vista come un problema al quale trovare una cura, ma tali sono diventate le barriere imposte dalla società.

La maggiore attenzione alle necessità delle persone disabili, ha portato anche a un riconoscimento di un argomento che prima era considerato tabù: la sessualità. Oggi non solo se ne parla, ma sempre più disabili e famiglie chiedono a gran voce di veder riconosciuto questo aspetto della loro vita e di ottenere un sostegno concreto.

Come vivono i disabili la sessualità?

Per comprendere come la sessualità è vissuta dai disabili bisogna prima di tutto fare una distinzione tra disabilità fisiche e disabilità cognitive.

Chi è affetto da disabilità fisiche ha una perfetta comprensione di ciò che comporta la sessualità in termini di accettazione e affettività, solo che è impossibilitato o limitato nel viverla.

Coloro che sono affetti da una disabilità cognitiva, invece, possono avvertire la necessità di vivere la propria sessualità, senza, però, essere in grado di esprimere questo bisogno o, al contrario, senza essere in grado di filtrarlo. C’è in più il problema del consenso, pieno e consapevole, che molte persone con una disabilità mentale non sono in grado di comprendere né, tantomeno, dare. Senza una corretta informazione e formazione, in questi casi, il confine tra aiuto e violenza si fa molto labile.

A questa prima distinzione, bisogna aggiungere anche quella tra sesso maschile e sesso femminile: anche in questo campo, infatti, le donne risultano più svantaggiate degli uomini. Quando si parla di sessualità e disabili, si tende a pensare solo alle esigenze maschili e trascurare quelle femminili, perché parlare della sfera sessuale delle donne disabili è una sorta di tabù nel tabù.

I problemi legati alla sessualità dei disabili

Confrontandosi direttamente con i portatori di handicap di varia natura e con chi si occupa di loro, si scopre che la loro sessualità è limitata da fattori sociali, fisici e culturali. In particolare:

  • la separazione che è avvenuta, e, in certi casi, continua ad avvenire, tra bambini disabili e bambini normodotati fa sì che si gettino le basi per una difficoltà di socializzazione e di comprensione che si trascina fino all’età adulta, dove va ad influire anche sulla vita sessuale delle persone;
  • la mancanza di un’adeguato insegnamento dell’educazione sessuale, sia alle persone normodotate che a coloro affetti da disabilità, ha fatto sì che attorno al tema della sessualità dei disabili si creassero degli stereotipi difficili da estirpare anche tra gli stessi disabili. Un’educazione alla sessualità e all’affettività, che sia declinata per essere compresa anche dai disabili, sarebbe utile per abbattere alcune barriere sia fisiche che mentali e per aiutare i ragazzi e gli adulti disabili nella comprensione e gestione dei propri impulsi sessuali;
  • il sesso femminile o l’essere ospitati in strutture specializzate e comunità fa sì che, spesso, la sessualità di un disabile venga frustrata o negata. Nel primo caso perché molte famiglie tendono a non associare il sesso alle donne disabili, nel secondo caso perché la sessualità non viene considerata, oppure viene mortificata. Spesso, inoltre, le donne disabili, oltre a non veder riconosciuto il proprio diritto ad avere una vita sessuale, sono oggetto di violenza e subiscono stupri;
  • la presenza di barriere architettoniche rappresenta un ostacolo non solo per la vita di relazione delle persone con disabilità, ma anche per la loro vita sessuale.

La figura del Love Giver

Nel 2013, in Italia, è nato il Comitato LoveGiver, che si occupa del tema della sessualità dei disabili e della formazione dei cosiddetti Love Giver, o Operatore all’Emotività, all’Affettività e alla Sessualità (OEAS), per sopperire alle esigenze del nutrito gruppo di persone disabili e famiglie che chiedono a gran voce un aiuto.

Il Love Giver è una persona che non solo offre piacere fisico alle persone affette da disabilità (senza mai superare il limite del rapporto completo), ma lo educa a comprendere il proprio corpo, gli offre assistenza nel raggiungimento del piacere e lo aiuta a capire come darsi piacere, accompagnandolo e guidandolo nelle proprie esperienze sessuali.

Quella del Love Giver è una figura importante, alla quale anche le famiglie possono rivolgersi per aiutare un parente affetto da disabilità che voglia vivere appieno la sua sessualità. Tra le famiglie che riconoscono questa esigenza nei loro cari affetti da disabilità, infatti, spesso c’è molta difficoltà nell’aiutarli a soddisfarla. Sono molte le storie, specialmente di ragazzi, che si rivolgono alle professioniste del sesso a pagamento, oppure, in alcuni casi, sono gli stessi genitori o familiari che intervengono per far fronte a queste “esigenze speciali”, nonostante il disagio.

In Gran Bretagna, lo stato ha addirittura stanziato delle risorse da dedicare alla figura del Love Giver.

Cosa dice la legge su disabili e sessualità

Se l’inclusione dei disabili nella scuola è ormai un diritto più o meno assodato, anche se la strada da fare è ancora molta, per quanto riguarda la materia della sessualità e i disabili in Italia c’è un incredibile vuoto normativo, con diversi disegni di legge presentati in Parlamento che non sono riusciti a vedere la luce. Il più importante di tutti, ovviamente, sarebbe quello che legittima la figura del Love Giver. Ma sarebbe importante anche introdurre lo studio dell’educazione sessuale nelle scuole.

Nonostante l’Italia abbia ratificato quanto definito dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (2007), che, tra le altre cose, pone una base etico giuridica per tutti quegli interventi volti a tutelare ed incentivare l’educazione alla sessualità e la tutela della stessa anche per le persone con disabilità motorie o cognitive.

Nonostante la Dichiarazione dei Diritti Sessuali stilata dalla World Association for Sexual Health (WAS), affermi i diritti di uguaglianza e non discriminazione anche in relazione allo stato di salute dei cittadini.

Non c’è una legge a livello nazionale che tuteli il diritto dei disabili a vivere una sessualità piena e completa, e queste persone e le loro famiglie spesso sono sole nell’affrontare tale ambito.

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